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Il tetto della chiesa di San Galgano: la verità è diversa da come narrata da Alberto Angela

Il tetto della chiesa di San Galgano: la verità è diversa da come narrata da Alberto Angela

Abbazia di San Galgano

La recentissima nuova trasmissione ideata e condotta dal dottor Alberto Angela, «Meraviglie. La penisola dei tesori», nella puntata trasmessa dal primo canale della RAI, Radiotelevisione Italiana, il 10 gennaio ultimo scorso, si è soffermata anche su due delle emergenze artistico-architettoniche più significative della provincia di Siena cioè l’eremo di San Galgano a Montesiepi e la sottostante grande abbazia cistercense intitolata anch’essa al santo cavaliere eremita, entrambi nel territorio del comune di Chiusdino. All’interno del brevissimo intervento, esattamente fra i minuti 39:10 e 39:20, purtroppo si propone all’attenzione del pubblico un’interpretazione dell’attuale assenza della copertura della grande chiesa abbaziale da tempo rivelatasi errata.

Spiega infatti la voce narrante che: «Si resta stupiti quando si vede che manca il tetto e ancora di più quando si scopre che non è crollato: era di rame ed è stato venduto pezzo a pezzo nel corso del Cinquecento».

La realtà è diversa:

il tetto della chiesa dell’abbazia, che era fatto di trabeazioni lignee e di laterizi, in realtà crollò a causa di un progressivo indebolimento delle strutture – più volte denunciato durante il corso del XVII e del XVIII secolo – che non sostennero il crollo su di esse del campanile, avvenuto nella mattina del 22 gennaio 1786 (Archivio di Stato di Firenze, Affari del patrimonio ecclesiastico di Volterra … 168, cc. 153-157; A. Canestrelli, L’abbazia di S. Galgano. Monografia storico-artistica con documenti inediti e numerose illustrazioni, Alinari, Firenze 1896; pp. 61-62).
Ad avere una copertura metallica, nel caso specifico di piombo o non di rame, come viene detto nel filmato, non era il tetto della chiesa abbaziale, bensì la cupola del soprastante eremo di Montesiepi ma anch’essa non fu venduta «pezzo a pezzo»: ne fu ordinato lo smantellamento nel 1554 dall’agonizzante governo delle repubblica di Siena, forse per farne munizioni per sostenere la guerra contro Firenze, senz’altro per evitare che i fiorentini se ne servissero per analogo scopo contro i senesi.
Di questo ordine impartito alle autorità chiusdinesi dalle supreme magistrature senesi, esistono testimonianze inoppugnabili nella documentazione della Balìa, il governo dell’antica repubblica, presente nell’Archivio di Stato di Siena: fra l’aprile ed il giugno 1554 vi fu infatti una fitta corrispondenza tra gli ufficiali di Balìa e Deifebo Magni, podestà di Chiusdino, affinché fosse asportata la copertura della cupola della cappella di San Galgano, che era appunto di piombo, perché non se ne servissero i nemici e fosse sostituita con tegole e docci (Archivio di Stato di Siena, Balìa, 470, c. 287; 767, n. 28 e 43; V. Passeri, Documenti per la storia delle località della provincia di Siena, Cantagalli, Siena 2002, pp. 109 e 289).
A parziale discolpa del dott. Angela e/o dei redattori delle schede del Suo programma, possiamo affermare che sull’episodio esiste una certa confusione che ha per responsabile l’inquietante figura di Giovanni Andrea Vitelli Ghiandaroni, abate di San Galgano dal 1538 al 1576.

Nel 1896 l’architetto Antonio Canestrelli diede alla luce un documento, probabilmente redatto da un monaco cistercense contemporaneo al Vitelli Ghiandaroni e reperito nell’Archivio di Stato di Firenze, in cui si poteva leggere che questo abate era ritenuto responsabile di aver «lasciato usurpare molti beni, cadere i poderi, alienare, impegnare ciò che v’era di buono, et quel ch’è peggio vendere il piombo che copriva tutta la cupola della chiesa stessa e della cappella del miracolo di San Galgano» (Archivio di Stato di Firenze, Archivio cistercense proveniente dal già patrimonio ecclesiastico, C, XVIII, n. 18; A. Canestrelli, L’abbazia di S. Galgano, cit., pag. 44).

Come ben si vede il documento dice due cose importanti: la prima, che non fu il Vitelli Ghiandaroni a togliere la copertura di piombo e a venderla ma solo che egli aveva lasciato che altri lo facesse (Il testo è chiaro: egli aveva «lasciato usurpare … cadere … alienare … impegnare … vendere il piombo …»), e chi erano questi altri noi ormai lo sappiamo: gli officiali della Balìa senese; la seconda, che la copertura riguardava la cupola «della cappella del miracolo», cioè la cappella di Montesiepi, essendo il miracolo cui si fa riferimento quello dell’infissione della spada nella pietra.
Tre anni dopo la pubblicazione del libro del Canestrelli, la notizia fu ripresa da Luigi Felli che la fraintese completamente: «uno di questi [Il Felli si riferisce ad in­nominati «potenti cardinali», ignorando che il Vitelli Ghiandaroni non lo fosse] vendè perfino il piombo di cui era coperto il tetto della chiesa, per far quat­trini, onde mantenere il lusso e le bagascie» (L. Felli, Cenni storici su Chiusdino e contorni, Trafieri, Chiusdino 1899, pag. 24).
Da allora questa diceria è stata ripetuta acriti­ca­mente – ma, è doveroso riconoscerlo, anche con una certa superficialità – da altri che si sono oc­cupati dei complessi monumentali di Monte Siepi, dell’eremo e della grande abbazia.
L’attenta e scrupolosa ricerca documentaria ci consegna una realtà diversa da quella immagi­nata e ahimè troppo spesso descritta.
Il Presidente
Cav. Prof. Andrea Conti